“Offri te stesso come esempio in tutto di buona condotta” (cf Tt 2,7)

1° ritiro per animatori pastorali.

Testimonianza

 

 

Il week-end scorso si è tenuto presso l’Abbazia della Madonna di Pulsano in Monte Sant’Angelo (Fg) il 1° ritiro per i responsabili della nostra Comunità e gli alleati con incarichi pastorali nel RnS. Sono state due mezze giornate vissute pienamente nella preghiera e nell’ascolto e della Parola di Dio e dei fratelli lì convenuti.

Mi sono “armata” di buona volontà e santi propositi per partecipare al ritiro, spinta dal timore e dal tremore suscitati in me dalla recentissima “condizione” di responsabile di fraternità e dal desiderio di maturare la mia acerba ministerialità.

 

Ho fatto qui mia l’esperienza del Tabor: ritiratami sul “monte” (l’abbazia di Pulsano domina il golfo di Manfredonia) insieme ai miei compagni di “viaggio” (gli altri responsabili), ho avuto piena percezione della necessità di dare una decisiva risposta alla mia vocazione comunitaria e di dovermi “vestire” della gioia scaturita da tale risposta.

L’idea del Tabor non è una mia interpretazione, dato che già all’inizio del ritiro il Signore ci ha accolti con un invito: “Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa. In essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria - dice il Signore” (Ag 1,8). Noi non siamo però invitati a costruire tre tende, perché ci sembra ed è bello dimorare con Dio, siamo invitati a ricostruire il luogo, fisico, psicologico e spirituale, nel quale il Signore vuole manifestare la Sua Gloria.

Allora, mi sono accorta che finora ho costruito la mia dimora, finora ho manifestato la mia umana vanagloria…

Ho preso piena coscienza di questa insipida verità, quando Don Maurizio Caliandro ci ha guidati nella lettura della 2 lettera a Timoteo. “Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del vangelo, adempi il tuo ministero.” (2Tm 4,5).  

Numerosi interrogativi sono sorti dalla lectio divina di questo passo: Ho toccato la potenza del Vangelo? So vigilare su di me e sui miei fratelli? Sopporto le sofferenze e i colpi che inferti al mio orgoglio che la mia condizione di figlia di Dio comporta? Annuncio coraggiosamente il Vangelo? Adempio il mio ministero, cioè so farmi custode, ma anche annunciatore al momento opportuno e non opportuno?

Tutte queste domande hanno svelato una grande verità: se agisco per amore di Dio e mosso da grande carità verso il prossimo, allora non esistono tempi opportuni o non opportuni, non esistono linguaggi appropriati o non appropriati, ma esiste solo la gioiosa consapevolezza che il Regno di Dio è vicino.

Date queste premesse, sono tornata a casa con nel cuore e nelle orecchie la risonanza comunitaria, tenutasi domenica mattina,  sulla lettera spedita dai responsabili generali alla comunità tutta. In particolare mi accompagna la parola con la quale il Signore ci ha introdotti a questa  risonanza: “Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni.” (1Tm 6, 11-12)

Mi ha commossa la certezza che io appartenga a Dio, Egli infatti mi chiama “uomo di Dio”, e mi ha emozionata il fatto che la mia professione di fede sia “bella” ai Suoi occhi: con un “Alleato” tanto premuroso e amorevole la mia risposta alla Sua chiamata deve essere indubbia.

Ho preso una ferma decisione durante il fine settimana: non solo voglio fare mio il tesoro che ho trovato nel campo (volendo citare la lettera dei responsabili generali), ma voglio mostrare questo tesoro, indossarlo, affinché tutti possano goderne i benefici.

Vi chiedo umilmente di invocare lo Spirito Santo su questo proposito e vi ringrazio perché so già che mi esaudirete.

Grazie per le vostre preghiera e i vostri insegnamenti.

Katia Di Penta