V DOMENICA DI QUARESIMA (B)
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Ho stato scelto, per la lectio di questa settimana, uno dei vangeli della resurrezione. Con questa Lectio, si chiudono le meditazioni sulla Parola di Dio che ci hanno accompagnato nel cammino verso la Pasqua. Riprenderemo con la lectio la settimana dopo la domenica in Albis. |
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Proviamo a leggere il brano del Vangelo di Giovanni in sinossi con il Cantico dei Cantici. |
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Gv 20, 11 – 18 |
Ct 1 - 8 |
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11 Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. (Gv 20, 11)
13 Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi? ”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”. (Gv 20, 13)
14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù.
15 Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi? ”. (Gv 20, 15a)
15Essa, pensando che fosse il custode del giardino.. (Gv 20, 15b)
15Gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. (Gv 20, 15c)
16 Gesù le disse: “Maria! ”. (Gv 20, 16a)
17 Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre. (Gv 20, 17)
17 Gesù le disse: “và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. (Gv 20, 17b) |
1 Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l`amato del mio cuore; l`ho cercato, ma non l`ho trovato. (Ct 3, 1) 8 Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, se trovate il mio diletto, che cosa gli racconterete? Che sono malata d`amore! (Ct 5, 8)
3
Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda: "Avete visto l`amato del
mio cuore?".
2 "Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l`amato del mio cuore". (Ct 3, 2)
1 Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo. (Ct 5, 1)
7 Dimmi, o amore dell`anima mia, dove vai a pascolare il gregge, dove lo fai riposare al meriggio, perché io non sia come vagabonda dietro i greggi dei tuoi compagni. (Ct 1, 7)
8 Una voce! Il mio diletto! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline. (Ct 2, 8a)
4 Lo strinsi fortemente e non lo lascerò finché non l`abbia condotto in casa di mia madre, nella stanza della mia genitrice. (Ct 3, 4)
14 "Fuggi, mio diletto, simile a gazzella o ad un cerbiatto, sopra i monti degli aromi!". Ct 8,14)
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CONTESTO
La risurrezione di Gesù era al centro della fede dei primi cristiani.
La risurrezione penetrava e modellava tutte le manifestazioni della vita cristiana: la predicazione, il culto, la vita comunitaria, le scelte morali.
Le comunità cristiane primitive hanno capito Gesù e se stesse parlando della fede nella risurrezione, e in questa fede hanno trovato il criterio per leggere le loro vicende e per operare le loro scelte.
La risurrezione di Gesù ha una sua specificità, che non permette di confonderla con altri messaggi.
La risurrezione è per la fede un evento reale, avvenuto e testimoniato. Non è un simbolo o una semplice speranza: Gesù è davvero entrato nella vita con tutta la sua realtà umana, spirito e corpo.
Evento reale, concreto, la risurrezione di Gesù è però diversa da tutti gli altri miracoli di risurrezione di cui parla il Vangelo.
È un'assoluta novità.
Diversa al punto che il termine « miracolo » non sembra molto adatto a esprimerla: non solo, e non tanto, perché qui l'intervento di Dio è più grandioso, o più sorprendente, ma perché è nuovo e definitivo.
La risurrezione di Lazzaro, per fare un esempio, è stata un ritorno alla vita di prima, quasi un cammino all'indietro: quella di Gesù è, invece, un cammino in avanti.
Gesù è entrato nella pienezza della vita di Dio, in una dimensione del tutto nuova, nella gloria del Padre.
In questo contesto di realtà e novità si capisce il fatto che i Vangeli ricordino che non sempre nelle apparizioni Gesù risorto veniva riconosciuto.
Perché? È lui o non è lui? È lui e non è lui al tempo stesso! È realmente la sua persona, ma in un'esistenza nuova, con modalità totalmente diverse. In forza della sua assoluta novità, la risurrezione di Gesù taglia corto su ogni immaginazione che pretendesse di descriverla.
Maria Maddalena è la sposa che cerca lo Sposo, figura della comunità che cerca il suo Signore. Finalmente i due si incontrano.
Nel giardino, dove s'innalza l'albero della vita, c'è anche la stanza nuziale, dove lo Sposo si è unito all'umanità con un amore più forte della morte. Qui la sposa lo abbraccia. È la scena più bella, «entusiasmante» del Vangelo. Come nel Cantico dei Cantici, i due si ritrovano, anticipando le nozze di Ap 21-22. Dio raggiunge il fine che si era proposto dal principio: nel giorno «uno dei sabati» (cf. v. 1) si compie la creazione nuova. Gesù e Maria sono la nuova coppia originaria.
Questo racconto sviluppa il precedente, dove si parla del discepolo amato che «vide e credette» (v. 8).
Si può guardare senza vedere: solo chi ama, vede. L'amore è principio di fede e di conoscenza: uno crede e conosce solo ciò che ama.
Ma chi ama rimane nella tenebra fino a quando non ascolta il proprio nome dalla bocca dell'amato. Ma, fino a quando il Risorto non si manifesta, Maria resta nel pianto. Il suo cuore è un sepolcro, dove l'amato è presente come morto e assente come risorto. Solo quando lui la chiama per nome, esce dal lutto alla vita in abbondanza (cf. 10,3.9.10).
Il discepolo amato, che «vide e credette», rappresenta l'essenza della fede come risposta alla domanda che pone a tutti il sepolcro vuoto.
Con Maria si esplicita un ulteriore aspetto: la fede è amore che vede, tocca e ascolta il Signore stesso. Se del primo si dice che «vide» - non Gesù, ma i segni - e «credette» in lui, di Maria si dice che «ha visto il Signore».
Si passa ora dal vedere i segni che fanno credere, al vedere il Signore che rende credibili i segni. Le due scene hanno in comune l'amore.
In Maria vediamo come l'amore diventa esperienza del Risorto.
L'amore infatti rende presente e manifesta l'amato a chi lo ama.
«Vedere e toccare» il Signore, riservato a Maria e ai primi discepoli, è anticipo dell'incontro finale e, insieme, rivelazione del suo nuovo modo di essere sempre con noi.
Pur essendoci la presenza e la parola dell'angelo, tuttavia si evidenzia l'importanza di giungere all'incontro personale con il Signore (cf. 4,41s): la fede è quel credere alla Parola che diventa esperienza diretta di Colui che parla.
Ogni parola infatti comunica sia ciò di cui si parla, sia colui che parla.
Maria, piangente per l'assenza dello Sposo, è restituita alla gioia dalla sua presenza. È triste perché ama Gesù e non lo trova. La sua scomparsa dal sepolcro inquieta tutti, amici e nemici, anche se in modo diverso (cf. Mt 28,11-15). È il fatto più sorprendente avvenuto nella storia, che restituisce all'esistenza il suo senso, liberandola dall'ipoteca della morte.
Il passaggio dalla tristezza alla gioia è la nostra stessa risurrezione, frutto dell'incontro con lui.
È proprio di Dio dare gioia; è proprio e solo di Dio dare gioia senza altro motivo che il suo annunziarsi al cuore.
Allo stesso modo è proprio del nemico combatterla con tutti i mezzi.
Il racconto comincia con il pianto di Maria che resta presso il sepolcro (vv. 11-13). Gesù, di sua iniziativa, si fa riconoscere e la invia ai fratelli (vv. 14-17). Essa proclama loro d'aver visto il Signore e annuncia il messaggio ricevuto (v. 18).
LECTIO
v. 11 Maria invece continuava a stare (in piedi) presso il sepolcro. Dopo la seconda notte di angoscia, ai primi chiarori dell'alba, Maria è uscita. Ha attraversato la città per andare al sepolcro dove è deposto il suo amato. L'ha cercato, ma non l'ha trovato. È tornata indietro ad avvisare gli altri e di nuovo è uscita per vedere dove riposa. La scena allude alla sposa di Ct 3,1-4.
A differenza dei discepoli, che se ne sono tornati presso di sé (v. 10), lei non si stacca dal luogo che costituisce l'ultimo ricordo di colui che ama. Lì ha dormito il suo sonno. Ma ora non c'è più e resta di lui, unica compagnia della sposa, il vuoto e il desiderio.
Maria non può abbandonare il luogo dove lui, nel suo amore estremo, è arrivato. È ormai la sua casa. Qui, dove finisce ogni ricerca, comincia l'attesa. Oltre il sepolcro vuoto - oltre la morte della morte (questo significa in realtà il sepolcro vuoto) - non c'è più nulla da cercare. C'è solo da attendere che il Signore della vita riappaia là dove è scomparso.
piangente. Gesù aveva detto: «Piangerete e gemerete voi [...]. Voi vi rattristerete, ma la vostra tristezza diventerà gioia» (16,20). Le lacrime sono acque natali, da cui vien fuori il suo amato. Ci sono delle cose che vedono solamente gli occhi che hanno pianto.
Il pianto della donna è fatto di lacrime e singhiozzi, come suggerisce il verbo adoperato dall'evangelista (klaìo).
È lutto per l'assenza del suo Signore e desiderio della sua presenza. Il pianto è la prima forma di preghiera, propria del bambino: trova sempre un orecchio che l'ascolta (cf. Gen 21,16s).
si chinò verso il sepolcro. Il suo sguardo, mentre piange, torna al sepolcro, pieno di vuoto.
vv. 12 - 13 contempla due angeli in bianche (vesti)…e le dicono. I due angeli non recano alcun messaggio. Hanno solo la funzione di indicare dove era il corpo di Gesù. Interrogano Maria, preparandola all'incontro con Gesù.
donna, perché piangi? La stessa domanda le rivolgerà anche Gesù (cf. v. 15). Maria piange perché è malata d'amore (Ct 2,5; 5,8). Il suo diletto è scomparso: «Io venni meno per la sua scomparsa. L'ho cercato, ma non l'ho trovato, l'ho chiamato, ma non m'ha risposto» (Ct 5,6). Gli angeli sanno che è risorto. Perché non glielo dicono? Quand'anche Maria sapesse che è risorto, non le basterebbe: vuole incontrarlo. La ferita d'amore è guarita solo dalla presenza dell'amato.
levarono il mio Signore e non so…. Se il Signore fosse lì, Maria lo piangerebbe come morto. Ma se è altrove - fosse anche risorto - ne sente ancor di più la mancanza. Se è morto, dov'è? Se è risorto, perché non le si fa incontro?
v. 14 dette queste cose, si voltò indietro. Maria percepisce una presenza alle spalle. Si volta, allontanando lo sguardo dal sepolcro. Deve guardare dalla parte opposta al luogo della morte per incontrare il Signore della vita.
Il Signore sta sempre alle spalle, perché è lui che viene a cercarci. Se noi lo cerchiamo, non lo troviamo; a meno che ci fermiamo e ci voltiamo per lasciarci trovare.
e contempla Gesù…non sapeva che è Gesù. Maria, dopo essere andata oltre gli angeli, guardie del sepolcro, trova l'amato del suo cuore (cf. Ct 3,4a). Ma non lo riconosce, anche se è presente. Dio è sempre una presenza misconosciuta, perché sommamente discreta, come l'amore. Tutti i racconti di risurrezione sono narrazioni di «riconoscimento». Lui è il Vivente: tutto è in lui e lui in tutto. L'illuminazione non è vedere altro da ciò che c'è, ma avere occhi nuovi e cuore nuovo per vedere l'Altro che c'è. I nostri occhi non lo vedono, perché sono rivolti verso il sepolcro. Noi continuiamo a guardare le paure che abbiamo nel cuore.
v. 15 donna. Come gli angeli, anche Gesù interpella Maria col nome di «donna». Così chiamò sua madre alle nozze di Cana e sul Calvario, la Samaritana al pozzo e l'adultera perdonata nel tempio.
perché piangi? Sa bene perché piange. Per lui, per la sua morte, per la sua scomparsa dal sepolcro. Le lacrime, che sgorgano dal suo abisso di dolore, le purificano gli occhi per vedere colui che cerca; anzi colui che l'ha cercata e l'ha trovata. Ma, se non cessano, fanno da velo. La tristezza che muove a cercare Dio è buona, ma impedisce di trovarlo a chi già lo cerca. Deve però uscire tutta dal nostro cuore, perché possa tutto riempirsi di gioia nell'incontro con il Risorto.
Il pianto della donna è fatto di lacrime e singhiozzi, come suggerisce il verbo adoperato dall'evangelista (klaìo).
Il pianto è segno di amore e di ricerca. Nella sua appassionata ricerca la donna è il simbolo del discepolo.
Questa donna che ama il suo Signore e lo cerca quando se lo trova davanti non lo riconosce. La sua ricerca deve passare attraverso una purificazione, deve diventare più illuminata. Come sempre, Gesù ha in questa ricerca l'iniziativa. Egli viene in persona incontro alla donna piangente che lo cerca morto.
Si inserisce nella sua tristezza: «Perché piangi?».
È lo stile inconfondibile di Gesù. Il risorto riprende a fare ciò che ha sempre fatto: si interessa di una creatura in pianto, prova dolore per il dolore dell’uomo, dimentica se stesso. Anche Dio in Gesù singhiozza: «Perché piangi?».
Se ci pensate, nelle ultime ore prima della morte si è preso cura di un ladrone morente; nella prima ora della Pasqua si occupa delle lacrime di un’amica.
La prima cosa che gli occhi del Risorto vedono è la più antica faccia della storia: il mondo ancora immerso nel pianto, un mondo che è l’eterna passione di Dio.
chi cerchi? La seconda domanda di Gesù a Maria richiama la prima domanda rivolta ai discepoli: «Che cercate?» (1,38). È la stessa rivolta ai nemici nel giardino degli olivi: «Chi cercate?» (18,4).
L'uomo è desiderio, sempre in cerca di quanto lo possa soddisfare. Ma si può cercare il Signore per prenderlo o per esserne presi, per togliergli o per ricevere la sua vita.
In questa domanda, il Signore dà la definizione dell’uomo. L’uomo è un essere in ricerca, cuore inquieto a cui manca sempre qualcosa per la pienezza, a cui però non manca e non deve mancare la speranza.
Maria si è alzata ed è corsa di buon mattino per le strade e per le piazze della città, in cerca del suo amato (Ct 3,2).
pensando che fosse il giardiniere. Dove si innalza l'albero della croce, c'è un giardino con un sepolcro nuovo, nel quale nessuno ancora è stato posto, prima di Gesù (19,41). La passione del Signore, iniziata in un giardino (18,1), si conclude in questo giardino.
Il giardiniere richiama Adamo, il primo uomo, partner di Dio, chiamato a coltivare e custodire l'Eden (Gen 2,15). Maria pensa che Gesù sia il giardiniere. Come tutti gli equivoci del quarto Vangelo, anche questo è carico di significati. Infatti Gesù è il giardiniere/Sposo, sceso nel suo giardino per incontrare la sorella sua sposa e inebriare tutti del suo amore (cf. Ct 5,1). Il giardino, con i suoi odori, fa da scenario al Cantico dei Cantici. La sposa stessa è per lo Sposo un giardino pieno di profumi, «con mirra e aloè e tutti i migliori aromi» (cf. Ct 4,12-16).
Signore, se tu lo portasti dimmi. Maria interroga l'unico che è in grado di darle risposta. E gli chiede: «Dimmi, amore dell'anima mia, dove vai a pascolare il gregge, dove lo fai riposare al meriggio, perché io non sia come vagabonda dietro i greggi dei tuoi compagni» (Ct 1,7). Non vuole che lui. Senza di lui è vagabonda.
dove lo ponesti. Il corpo che Maria cerca, senza nominarlo tanto è per lei ovvio, non è più dove l'abbiamo posto noi (19,42), dove fu posto Lazzaro (11,34) e dove, presto o tardi, tutti siamo posti.
e io lo leverò. è l’immagine più alta di tutti i cercatori di Dio, di noi pellegrini mai arresi, che non sappiamo verso dove muovere i passi, ma siamo pronti a camminare se qualcuno ci indica la direzione.
Come può, lei da sola, levare quel corpo che Giuseppe levò dalla croce per porlo nel sepolcro, assistito da Nicodemo? Ma l'amore è capace di portare ogni peso, perché nulla al mondo pesa quanto l'amore.
v. 16 le dice Gesù: Mariam! Se finora nel racconto è chiamata Maria, adesso Gesù la chiama in aramaico: «Mariam!». È il suo nome, detto da una voce familiare e inconfondibile: «Una voce! il mio diletto!» (Ct 2,8a). Egli la conosce e la chiama per nome; e lei riconosce la voce di colui che ha esposto, disposto e deposto la sua vita per lei, per riprenderla di nuovo (cf. 10,lss).
Nella voce del Signore che ci chiama per nome, scopriamo chi siamo noi per lui: «Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni» (Is 43,lb). Chiamare semplicemente per nome, senza aggiungere altro, significa dire: «Tu sei per me e io per te».
voltatasi. La sposa si era già voltata verso il giardiniere (v. 14). Ora si volta ancora.
rabbunì. Mariam lo riconosce al suono della voce che dice il suo nome; e gli risponde in aramaico. Il giardiniere è il suo Gesù che conosce. L'identità di voce è l'identità di persona. Non lo chiama «Gesù», ma «rabbunì», nome che si da, oltre che al maestro, anche allo sposo. Maria ha davanti Gesù di Nazareth, suo maestro e sposo.
Mariam e Gesù sono la coppia primordiale dell'umanità nuova, soli nel giardino al mattino di Pasqua.
v. 17 dice a lei Gesù: Non (continuare a) toccarmi. L'imperativo presente negativo ordina di interrompere un'azione in corso: smettila di toccarmi. Il verbo «toccare» in Giovanni ricorre solo qui.
Mariam, dopo essersi alzata nel buio e aver attraversato la città in cerca dell'amato del suo cuore, oltrepassate le guardie, lo trova: «Lo strinsi fortemente e non lo lascerò, finché non l'abbia condotto in casa di mia madre, nella stanza della mia genitrice» (Ct 3,4). La sposa finalmente abbraccia lo Sposo. Ma Gesù le dice che questo è solo il fidanzamento, anticipo dell'unione definitiva. Questa sarà dopo. Ora c'è un cammino da fare, il suo stesso, per essere con lui.
infatti non sono ancora salito al Padre. Queste parole non sono di immediata comprensione. Non dobbiamo trattenere Gesù per condurlo nella stanza della nostra madre. Lo riporteremmo ancora nel sepolcro, la terra da cui è appena uscito. Dobbiamo invece seguirlo nella casa del Padre suo celeste, che è ormai anche nostro. Lì si consumano le nozze.
v. 18 viene Mariam la Maddalena annunciando ai discepoli: Ho visto il Signore. Mariam stessa diventa l'angelo della risurrezione e annuncia: «Ho visto il Signore». «Vedere», termine che esprime l'incontro dei testimoni oculari con il Risorto, è un vedere reale e insieme trascendente.
MEDITATIO
Se noi limitiamo la risurrezione soltanto alla realtà di Cristo, diveniamo spettatori di un grande evento che Dio ha realizzato davanti alla storia, che ci può anche stupire, ma che non ci prende.
Cosa dobbiamo fare perché la risurrezione di Cristo sia una storia che ci riguarda?
Cristo prima di risorgere è « disceso agli inferi », nel fondo oscuro della materia, per darle energia e direzione verso la luce, l'amore, la libertà.
È disceso nel fondo del mio essere, nell'oscurità del cuore, nelle zone di durezza, di violenza, di sterilità che conservo in me.
È disceso nelle profondità della materia e nelle mie profondità per darmi una spinta ascensionale verso l'assoluta luce, l'assoluta verità, verso l'assoluto amore.
Ciascuno di noi deve compiere lo stesso cammino: scendere nelle profondità della propria esistenza e portare tutto verso l’alto, costantemente, per sempre, senza trattenere nulla per sé, senza trattenere nemmeno Gesù stesso.
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Non mi trattenere, devo andare di sguardo in sguardo, di respiro in respiro, di luce in luce. Non mi trattenere nella vanità del cuore, nella misura del mondo e nei piani della mente umana.
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Non mi trattenere: in corte speranze, fa' che mi spinga al di là del tuo occhio verso un sentiero che conduce al termine del tuo fuggire.
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Non mi trattenere, devo forzare la primavera a venire in questo inverno in ansia di luce. Non mi trattenere, vi precedo là dove il cammino s'incontra col cammino, dove, oltre la speranza, inizia l'abbandono.
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COLLATIO
Ripercorrere il cammino di Maria Maddalena significa collocarsi nel cuore del Vangelo,
là dove morte e vita si affrontano in un prodigioso duello
v La ricerca di Gesù incrocia inevitabilmente le nostre morti, che ci portiamo dentro, verificando come le trasformiamo in memoriale di vita e di speranza
· L’esperienza della morte e del morire ci tocca ancor prima di arrivare alla tomba e qui la fede viene interpellata in modo singolare.
- Con quale atteggiamento affrontiamo questa drammatica esperienza?
- Come stiamo vicini a coloro che vivono questa esperienza?
· Chi crede non dovrebbe limitarsi a ricordare, ma a fare memoria degli avvenimenti entro i quali il Signore si fa presente.
- Ci limitiamo a rimpiangere il passato o sappiamo aprirci al futuro, garantito per noi dalla pasqua di Cristo?
- Viviamo gli avvenimenti del mondo come agonia della fine o come speranza del regno di Dio, che nonostante tutto viene?
v Sentirsi chiamare per nome permette a Maria di staccarsi dalla tomba e di incontrare il Signore, che la invita a voltarsi in una conversione totale.
· Non c’è autentica esperienza di fede finchè non ci è dato di udire la voce del Cristo, che ci chiama per nome.
- Dove e come ci è capitato di vivere un incontro così?
- La sua chiamata cosa ha significato per noi e come vi abbiamo risposto?
· Non è facile cambiare direzione, verificando dove ci porta il cuore. È la conversione, cambiamento innanzitutto interiore.
- Possiamo dire che il Vangelo di Gesù ha convertito le nostre scelte, le nostre relazioni, la nostra vita?
Don Maurizio Caliandro